Contorno di verdure al forno

Un bel contorno di verdure al forno, preciserei. E poi aggiungerei anche che si tratta di zucchine melanzane e pomodori al forno, con un po’ di cipolla ma poca che poi abbiamo anche una vita sociale, ma sono verdure al forno in piedi, e aromatizzate con tante erbe aromatiche che sono nel loro periodo più bello, e perciò per dirla tutta, abbiamo un contorno di zucchine melanzane e pomodori al forno, con cipolla, ed erbe aromatiche. Ecco il titolo altisonante.
Siamo sinceri, cosa fare per contorno, specialmente se abbiamo ospiti, mette in crisi un pò tutti, perchè sembra sempre che il contorno di verdure sia in effetti….di contorno, non annoverato fra i fasti delle portate principali, dei primi pastasciuttari, e delle famose grigliate di carne, nè fra le gloriose zuppe nelle zuppiere del servizio, di cui la maniaca che è in me vi avrà raccontato già molte volte. Pensiamo al dolce, al pane, pure ai liquori, quello sempre, ma insomma io almeno le verdure le maltratto un po’.

Allora per rendere giustizia alle verdure mi sto impegnando tantissimo, ed ho anche una bellissima board di Pinterest a testimoniarlo.

In effetti con questo contorno di zucchine melanzane e pomodori al forno non ho scoperto l’acqua calda, ho solo ripreso l’idea abbastanza famosa del tian di patate, visto e rivisto ma buono e ribuono, e l’ho adattato al fatto che a maggio le patate dell’orto sono un po’ pienine di radici ed anche un po’ inverditine e molliccette, insomma, non sono il top, ma avevo degli amici a pranzo che adoro, di quegli amici che ti metteresti a cucinare un mese prima per quanto è bello stare insieme, che per me volere bene e volere cucinare vanno di pari passo, sempre.

Allora ho preso queste verdure, le ho fatte a fettine …. e il resto però lo spiego meglio nella ricetta, che la banalità della procedura non la posso scrivere due volte, veramente, sarebbe imbarazzante.


CONTORNO DI ZUCCHINE MELANZANE E POMODRI AL FORNO
CON CIPOLLA ED ERBE AROMATICHE


INGREDIENTI:

tre zucchine

due melanzane piccole, di quelle lunghe

quattro pomodori rossi

una cipolla o uno scalogno, piccoli

Olio extra vergine di oliva

Timo, foglie e qualche fiore, se periodo

Rosmarino, idem

Menta, due o tre apici

Salvia, idem

PROCEDIMENTO.

(Che esagerazione)

Lavate le verdure, lavate le erbe aromatiche e asciugate bene.

Tagliate le verdure a fettine rotonde, sottili circa due mm, ma l’importante è che siano uguali.

Ungete di olio una pirofila da forno, visto la mia com’è bella?

Iniziare ad affiancare le rotelle di verdure, alternandole e per cortesia risorgere le sequenze perché sennò il mio bisogno di ordine ne risente. Oggi tanto mettere una rondella di cipolla, per insaporire.

Le prime cadranno e sembrerà il domino, però voi tenete duro, ce la potete fare. Poi quando è bella piena la pirofila condite olio, sale e tutte le belle erbette sminuzzate.

Direi che se avessi messo solo la foto sarebbe stata sufficiente.

Infornate fino a che la parte superiore delle verdure avrà un aspetto croccantino .

Facciamo che mi aiutate con l’hastag?

#salvailcontorno

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Menu planning della settimana

Claudia ha ufficialmente bisogno di organizzare. Ha necessariamente bisogno di rimettere tutto in ordine nelle sue belle scatole con una bella etichetta fuori che indichi il contenuto, che niente resta in giro e non si perde niente .

Questo perché certe volte Claudia sente che tutto questo correre sia un affanno, che non ce la fa a stare dietro a nemmeno la metà di quello che dovrebbe. Che l’armadio è un disastro, che il rugby è un grosso impegno e deve lavare ancora la divisa, che se aggiungi conservatorio e la scusa, è normale che non riesca mai ad andare a danza quell’ora a settimana che si è ritagliata. Che la cucina non é in ordine come vorrebbe, i panni sono stesi ma c’è tanto da lavare. Che domani lavorare nove ore significa tornare molto stanca e la cena deve essere almeno pensata, altrimenti è una tragedia perché a quell’ora tutti vogliono qualcosa, suonare i compiti giocare il pannolino dove sta qualcosa che si è perso ieri. Claudia pensa che oggi voleva fare anche la spesa, invece ha fatto i dolci per la colazione e Nicolò aveva male al braccio, e dopo l’allenamento al campo c’era l’ortopedico e di sicuro non era niente però che fai, ti dice che gli fa male lo devi portare, infatti per fortuna niente, ma la spesa non è uscita, e manca la scorta di latte e quella di pomodoro, e Nora Maria sta mangiando molti gelatini e lei non mangia mai, meglio non farli finire.

Claudia, adesso, pensa che tutto sommato le va benissimo così, famiglia lavoro casa compiti sport conservatorio spesa cena colazione lava le divise trova i grembiuli, lo zainetto della nana, ho perso il ciuccio non trovo gli scarpini che mi dai di merenda…che gira e gira è tutto intorno al cibo, e che in tutto questo cambiare date lavoro orari impegni vestiti mobili e quasi la macchina, costanti sono rimasti questi dieci minuti in cui mi siedo, con carta penna o telefono e scrivo il menù della settimana, cosa mangiamo a cena nei giorni prossimi, cosa scongelare, cosa comprare. La mia piccola prima mossa settimanale di auto aiuto.

E non é che serva per forza molto da dire per scrivere qualcosa, intanto una schermata del telefono aiuta a ricordare e condividere.

Buona settimana va.

La torta al limone con la crema al limone di nonna Teresa

Che vale quasi di più il foglietto manoscritto da nonna a penna rossa, scritto sul tavolo della sua cucinetta a memoria, perchè nonna è di quelle che le ricette se le ricorda quasi tutte senza foglietti o quaderni sparsi in casa.

Questa è la sua torta al limone, che si taglia in due e dentro ci si mette una crema di limoni, e la crema di limoni della torta al limone di nonna Teresa si fa senza latte, in pratica è una crema al limone fatta di limoni, acqua zucchero e farina. E nella torta al limone di nonna Teresa, la crema al limone ci sta una meraviglia, ed è una torta facile e buona come le torte delle nonne, ed è una torta senza latte ed è anche molto simpatica perchè si può trasformare con un bibidibobidibu in una torta all’arancia, però chissà perchè nonna la fa sempre al limone.

Quindi io vi scrivo per dovere di nipote la procedura standard al limone, con variante arancia. Stavolta ho poco da dire, se non raccontare una di queste strane e buffe coincidenze che capitano alle femmine della mia famiglia. In poche parole (poche dal mio punto di vista) qualche giorno fa, era domenica, decido di fare la torta per la colazione, e decido di fare, per la colazione, la torta al limone, con la crema al limone di nonna Teresa. Probabilmente perchè eravamo state a pranzo insieme, però la torta al limone non l’ha nominata nessuno.

Quindi faccio la torta, ne taglio il solito quarto che porto a casa di mia mamma, così finisce prima ed ho la scusa per fare un altro dolce anzi che pulire casa, ed i figli e marito non si annoiano a mangiare per 4 giorni la stessa torta a colazione. Mamma mi dice che quella sera nonna era andata via dicendo che l’indomani avrebbe fatto un paio di “quele tortine al limone che faccio ji”…ed infatti all’indomani è arrivata la tortina fatta da nonna, ovvero un pezzo di tortina, che lei fa e divide equamente per tutte, rigorosamente avvolto nella stagnola, che lei si è stufata, dice, di portare in giro bacinelle e contenitori da cibo che poi non le restituiamo, dice.

Fra una bacciletta, come le chiama lei, ed una torta al limone avvolta nella stagnola, ecco la ricetta:


TORTA AL LIMONE CON CREMA DI LIMONI


3 uova

la scorzetta grattata di un limone a buccia edibile

125 gr di zucchero

200 gr di farina

1/2 bicchiere di acqua, oppure di vino bianco

1/2 bicchiere di olio di semi

tre quarti di bustina di lievito

Sbattete nella planetaria le uova con lo zucchero a lungo, per farle montare perfettamente. Aggiungete mescolando delicatamente l’olio, l’acqua o vino, le scorzette grattate e la farina a cui avrete incorporato il lievito, mescolando bene dopo ogni aggiunta.

Preparate uno stampo da 20-25 cm ed infornate a 180 gradi per circa trenta minuti.

LA CREMA DI LIMONI

2 limoni

100gr di zucchero

un cucchiaio di farina

un bicchiere di acqua

Mettete sul fuoco un pentolino con il succo dei limoni, lo zucchero, l’acqua e la farina, mescolate con una frusta per sciogliere eventuali grumie tenete sul fuoco fino a che non avrà raggiunto la consistenza desiderata.

Taglaite in due la torta, farcitela con la crema e ricomponetela, un po’ di zucchero a velo, ed è pronta.

Di sedici anni, scarpe da danza, e gruppi rock anni novanta.

Chiudo gli occhi e ho tipo 16 anni, pieno possesso del divano della sala di mamma, anfibi neri, Axl Rose canta in televisione, ho i capelli lunghi e domani scuola. Ma ad occhi aperti, l’Axl Rose in televisone peserà 90 kg, la sala è la mia, gli anfibi lo stesso e stavolta sono dr. Marteens (che forse erano più adatti a 16 anni che ora). Soprattutto, condivido il divano con Nora Maria, che aveva un sonno agitatissimo ed ha deciso di frignare ogni 15 minuti. Soprattutto avevo 16 anni 24 anni fa.
Che poi tra l’altro si, sono i Guns n’ Roses ma manca Slash.

La serata si prospettava tranquilla. Doc a cena fuori, significa telecomando a me con conseguente possibilità di scegliere commediucce romantiche e guardarle senza nessuno che te le faccia sentire ancora più ridicole. Di solito in queste serate il meglio che trovo é il terzo film di Steven Seagall, o Roky 12. Stasera, ore 21, dormono tutti e due i figli, e addirittura c’è un film di quelli che adoro, che ballanoballanoballano, il film in questione inizia con un’inquadratura di una fila di piedi scarpettati punte e nastri rosa alla sbarra e io sono già felice.
La protagonista è una ballerina bravissima, la trama sdolcinata e io sono ancora più felice.
La ballerina in questione si chiama Nora. Come la mia.

Ora, come ogni mamma che abbia indossato un tutù sa bene, io ho la perfetta e profonda convinzione che lei ballerà, direi speranza se fossi una di quelle mamme molto correct che saaanno che non possiaaamo riempire i figli delle nostre aspettative deluse…ma io non lo sono e nel dubbio appena raggiunge un numero di piede consono io le scarpette gliele compro e ci siamo quasi, poi la porterò felice a danza classica due volte a settimana scaladimilano royalacademy eccetera eccetera eccetera.
Questa coincidenza di nomi (Nora del film Nora mia figlia) mi rende stupidamente ancora più felice, ed il filmetto mi pare ancora più bello e di buon auspicio, e dimentico volutamente che Nicolò gioca a rugby e che lei per emulazione corre con la palla arretrata sul fianco gridando “guardate come sono bella che corro sul campo da rugby!” .

Che tanto, per onestà, io non accetterò mai una cosa del genere e chi se ne frega se lei lo vorrà, anzi, sono sicura che NON lo vorrà…non lo PUÒ volere.

Finito il film, lei, educatissima, inizia a fare capricci; la porto sul divano e inizio a cambiare canale, tanto per rimarcare il fatto che due sere all’anno decido io.
Trovo i Guns, ma non c’è Slash. Nel passaggio dall’adolescenza ai quarant’anni mi devo essere persa qualcosa, tipo un chitarrista riccio che suona un assolo mai passato di moda nel deserto, un serpente ai suoi piedi…Slash non c’è però le canzoni sono quelle, e Nora Maria si addormenta di nuovo, la serata continua a migliorare, ma a un certo punto questa botta di euforia passa. Insomma dove sta la sedicenne con i capelli lunghi senza rughe e con le tette preallattamento che stavano su da sole senza impalcature? Quando ci sono arrivata a quarant’anni, cellulite, stanchezza ricorrente, prediconi al figlio, riunioni a scuola e spesa una volta a settimana, casa al mare e tappeti costosi?

E poi ci penso bene. Guardo mia figlia, penso a Nicolò che dorme in camera sua, e penso che avrò sedici anni di nuovo quando ce li avranno loro, li avrò di nuovo quando li accompagnerò alle prime feste ma da lontano e non ti far vedere, quando compreremo i primi rossetti, le prime scarpe con la punta, il primo motorino. Avrò sedici anni un’ altra volta quando avranno la musica altissima nelle cuffie che sono pure tornate di moda, come le dr. Marteens, quando arriveranno risate soffocate da dietro una porta quando ci sono gli amici a studiare e di studiare non ha voglia nessuno, quando faranno tardi e io li starò aspettando….quando mi sbatteranno la porta in faccia e mi odieranno ma solo un po’ e non farà niente, che il mio di amore basterà per tutti in quei momenti, e allora forse dovrò pensare ad Axl Rose, ai miei sedici anni, a Slash che è scomparso in questa serata di bimbi ancora piccoli e un mamma un po’ confusa.

Va tutto bene forse, forse è tutto normale allora. Sorrido, mollo il telecomando e posso andare a letto.

Solo, qualcuno mi dice che fine ha fatto Slash?

Zuppa di ceci e farro, con erbe aromatiche fresche

Avete presente quelle vie di mezzo, tipo il tempo che fa a marzo, i Digestive’s sono dolci o salati, faccio merenda con pizza e mortadella o con pane e nutella? Insomma quelle indecisioni bibliche che costringono tutti a riflettere un attimo di troppo, quelle situazioni non nette che comunque le si giudichi si ha ragione o torto? Ecco, io si, perchè sono un’indecisa cronica e queste vie di mezzo mi mettono in difficoltà, proprio mi mandano in confusione. E quindi la lasagna a luglio mi mette a disagio, le fragole a gennaio mi mettono l’orticaria (per molteplici ragioni), le zuppe in estate mi fanno sentire come quando vado al mare i primi week end, la montanara che arriva col piumino e sono tutti smanicati, o tipo Heidi a Francoforte.

E tutto questo ha molto a che fare con una zuppa di ceci, almeno ha a che fare con la zuppa di ceci se la cucini a metà marzo, se inizia a fare caldo ma non troppo e se sei me.

Ho molto bisogno di piccole certezze, e la stagionalità in cucina è una di quelle, a casa mia le fragole a dicembre ve le scordate, e questo è facile e ben definibile. I problemi ce li ho con le mezze stagioni, quando appunto non è ora di minestre o zuppe e non è ora di piatti freddi. Certo è che una zuppa di ceci la metti fra i piatti invernali, la zuppa di ceci è molto hygge, e la stagione hygge per eccellenza è l’inverno, e lo dice anche Meik Wiking, non l’ho detto io. Marzo però è tra color che son sospesi, e scusate la citazione, marzo mi sembra il momento più adatto per non sapere cosa cucinare. Cosa che comunque, tanto per fare outing, mi capita molto spesso ultimamente, tipo che per buttare giù un planning per la settimana ci metto due settimane.

Questa zuppa di ceci e farro è una piccola soluzione ad un mio bisogno di classificare, ecco, perchè era un piatto invernalissimo (le zuppe sono un piatto invernalissimo), ma è diventata un piatto di transizione, come quei giubbetti di mezza stagione o il mezzo peso, come dicono le mamme, che li compri e li metti tre volte l’anno a L’Aquila, che le mezze stagioni non sono esistite mai. (Undici mesi de friddu e unu de friscu, si dice).

Così, se metti in tavola questa zuppa di ceci di transizione, che abbiate fiducia prima o poi smetterò di scrivere il nulla e passerò alla ricetta, hai sistemato il lato freddo di marzo e quello caldino, ovvero i cinque gradi del mattino e della sera ed i 20 delle due al sole. Questo perchè al caldo della zuppa si accompagna il fresco di un battuto di pomodori olio ed erbe aromatiche da mettere a crudo, un pò come uscire di casa col cappottino e lo sciarpone e tornarci smanicata e sudata perchè hai in mano il cappottino e lo sciarpone e la borsa e la spesa e il sacchettino della farmacia ( a marzo i figli si ammalano perchè non sai come vestirli) e il ciuccio le chiavi il telefono. Qualcosa cade.

Va bene, non riesco a spiegarlo meglio di così ma posso sempre scrivere la ricetta.

I miei ceci sono preziosissimi ceci rossi coltivati in zona, una meraviglia aquilana che andrebbe apprezzata in tutto il mondo e che ho la fortuna di mangiare spesso, andranno bene ceci di ogni genere, meglio se piccoli.


ZUPPA DI CECI E FARRO CON ERBE AROMATICHE FRESCHE


INGREDIENTI, per 4 persone

3 etti di ceci secchi

2 etti di farro

uno scalogno, una carota ed una costa di sedano per il soffritto

un mazzetto di erbe aromatiche (un rametto di rosmarino,due foglie di alloro, due foglie di salvia, un rametto di timo) per il soffritto

2-3 cucchiai di passata di pomodoro

un rametto di pomodori maturi, un ciuffetto di timo, tre foglie di basilico, una costa di sedano abbastanza grande, una carota per il pesto a crudo

100 gr di carne macinata, sarebbe prefetto in effetti un avanzo di lesso o di spezzatino

PREPARAZIONE:

Mettete a bagno i ceci una notte intera prima di lessarli in abbondante acqua che salerete a fine cottura, scolateli ma non del tutto e tenete da parte il liquido di cottura.

Lessate anche il farro, scolatelo completamente e conditelo con olio evo.

Preparate il soffritto con la carne e le erbe che vi ho indicato sopra, aggiungete la passata di pomodoro, e un terzo dei ceci. Fate andare per cinque minuti aggiungendo l’acqua di cottura per mantenere il tutto abbastanza morbido.

Con un frullatore ad immersione frullate il soffritto che avete preparato, aiutandovi se serve con altra acqua di cottura.

Unite adesso i ceci rimasti interi con un astro po’di liquido. Lasciate cucere ancora per 10 minuti, regolando il sale e se volete il pepe.

Nel frattempo tagliate a dadini tutte le erbe aromatiche necessarie per il pesto, ed i pomodori. Metteteli in una ciotolina e copriteli di olio evo.

Qaundo la zuppa sarà pronta, componete i piatti versando i ceci, poi due cucchiai di farro e condite con il pesto di erbe e pomodori.

Ve l’avevo detto che era una ricetta di mezzo.

I primi fiori di ogni primavera

A casa siamo tante femmine. O forse no, solamente che siamo insieme quasi sempre tra noi femmine, e quindi sembra che siamo tutte donne. I maschi si sa, sono poco socievoli.

C’è mia nonna, poi mamma e mia zia, poi io, le mie cugine e anche Nora Maria conta, ed abitiamo tutte nel raggio di poco, ci sentiamo al telefono troppe volte al giorno, abbiamo un gruppo whatsapp per tutte ed un altro solo con la parte young, sappiamo (quasi) tutto di tutte, parliamo tutte insieme, litighiamo per le bacinelle e prendiamo in giro le più vecchie . In realtà sono una parte bellissima di me, che resta costante da quando ero bambina e che mi fa sentire di appartenere a qualcosa.

In questo buffo micro universo femminile ci sono delle costanti. Nonna racconta a tutte almeno tre volte ogni frase starnuto gesto e passo fatto dal piccolo di casa che adesso è Nora Maria. Mamma e zia hanno sempre qualcosa da brontolare. C’è sempre qualcuna che vuole un caffè, qualcuna che lo vuole amaro, qualcuna a dieta ma non sono mai io, qualcuna che non mi levo nemmeno la giacca che tengo fretta, qualcuna che ride sempre e qualcuna che non ci sente.

A Natale nonna fa i fritti di baccalà ed anche se non siamo insieme, tutte abbiamo il piattino take away fatto da nonna con un assaggio di fritti e di quel baccalà in padella che a nessuna viene così bene. A Natale in ognuna delle nostre case ci sono gli spaghetti al sugo di alici che magari non ci piacciono molto, però sono il Natale di quando c’era nonno e li mangeremo sempre e penseremo una volta di più a lui.

A carnevale ci sono le zeppole più buone del mondo, che la nostra ricetta non si batte, ed almeno una volta ci sediamo tutti insieme a mangiare fritti come se non ci fosse un domani.

A tavola ogni volta per papà qualcosa è salato e per zio è sciapo, il livello di condimento dell’insalata è importante questione sempre, e zio finisce quella che resta nella ciotola.

I periodi vicino a feste, compleanni, Natale Pasqua e ricorrenze varie, nonna incalza per essere accompagnata a fare i regali; ad ogni scossa scossetta scossona di terremoto parte il giro di messaggi e telefonate, per sapere chi come e quanto abbia sentito la scossa.

La costante più bella però è quella delle prime primule.

Da che mi ricordo io ad ogni inizio di primavera c’è il rituale delle primule, che iniziano a colorare i marciapiedi vicino ai fiorai, nelle vaschette di plastica nera e ci fanno venire quella voglia di fiori, di passeggiate, maniche corte, colori chiari e basta cappotti. Di solito fra il vederle nei fiorai e comprarle passa qualche giorno o qualche settimana. Però di sicuro una mattina sentiremo bussare alla porta e aprendo troveremo nonna con due vasetti di primule in mano, sempre quelle di due colori almeno, la faccia fiera e felice di avere comprato un po’ di primavera a ciascuna delle figlie e delle nipoti.

Di sicuro una di noi troverà il modo, con la scusa di portare lei, di passare un po’ di tempo in uno dei vivai più grandi, dove lei da sola non può andare.

Forse quest’anno non lo potrà fare, gli anni passano, usa la macchina sempre meno. Ma non cambia, perché i gesti gentili restano nei cuori di tutte.

E così ieri che era domenica pomeriggio e la piccina dormiva ho deciso che contava più il bello che i panni stirati. Invece di cercare di recuperare le innumerevoli ed irrecuperabili cose che si lasciano indietro durante la settimana, io me ne sono uscita in giardino, a mani nude, a mettere nei vasi quelle primulette colorate, ho iniziato a dare un aspetto più primaverile all’ingresso di casa. Il fatto che dentro ci sia un mezzo guaio passa in secondo piano. Oggi, al mio rientro ci sarà un pezzo di primavera fuori dalla porta .

A volte ho la sensazione che siano i piccoli gesti a tenere saldo ciò che siano. La macchinetta del caffè che accendo ogni mattina, lo sguardo si figli che ancora dormono, quel minuto a guardare le orchidee ed a conteggiare che tempo fa. Nei periodi belli ed in quelli che lo sono meno quel prezzo di noi resta uguale, e così, stavolta, lo sguardo che do ai vasi fiori dalla porta prima di rientrare aveva bisogno di qualcosa di bello da guardare, quell’attimo inconsapevole di serenità, uno di quei piccoli gesti che fa tanto bene.

Pane senza impasto, no knead bread. Come fare il pane in casa.

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Il pane senza impasto , e la scoperta dell’acqua calda, e il post più scritto fatto copiato letto cercato visualizzato hakerato condiviso instagrammato twittato del mondo dei foodblogger, e pure dei blogger, dei fashionblogger, dei travelblogger, perchè tutti, prima o poi hanno fatto un post sul pane senza impasto, e se non lo hanno fatto lo faranno, che qui a fornelli di salvataggio pure veggenti siamo.

Ciononstante, dopo quattro anni di assenza dal blog (o erano tre?) (tre), decido di fare anche io il mio personalissimo post sull’impersonalissimo pane senza impasto, chiamatelo no knead bread, chiamatelo pane che si fa da solo o pane nella pentola, tant’è. Stavolta il mio titolo sempre un po’ caotico recita: Pane senza impasto, no knead bread. Come fare il pane in casa. E farlo bene, avrei voluto aggiungere, e farlo buono, e farlo piacere a tutti, e farlo sempre. La semplicità, e la ripetitibilità di questo procedimento rendono la panificazione casalinga accessibile a tutti, e di sicuro successo.

Però, prima di mettermi a pontificare su quanto sia buono facile blablabla il pane senza impasto, mi pare doveroso raccontare anche il motivo per cui ho deciso di condividere anche io, one in a million, una ricetta che nel web si trova ovunque.

La risposta è semplice. Per pigrizia. mi sono stufata di scrivere una cena si e una si la ricetta ed il procedimento di come si fa il pane senza impasto su pezzi di carta volanti, tovaglioli, cartoni di pizza unti, tra poco sulle braccia. Vado a casa delle amiche, apro a caso i cassetti e trovo un foglietto con la mia scrittura con la copia numero ventitre della ricetta del pane senza imapsto. Che nemmeno posso dire della mia ricetta, che mica è mia.

Succede che questo pane viene buono. Ma buono che ha la crosta croccante, che profuma di buono, che insomma, piace. E più di una volta mi hanno chiesto di che forno fosse. Per inciso, qui a L’aquila è una domanda lecita, perchè i forni che portano il pane nei negozi sono contati e conosciuti. E beh, quando dico che è il forno di Claudia la reazione è varia ma si conclude quasi sempre con un….mi scrivi come fai? e allora sapete quante mila volte ho pensato con dispiacere che ormai ero quella che non scrive più nel blog, che se invece avessi scritto ancora avrei potuto semplicemente scrivere questa benedetta ricetta del pane senza impasto e dire ti mando il link.
Perchè io ho imparato su questo video, che mi è stato mandato una vita fa su whatsapp da una amica, ancora più food addicted di me, e non che abbia capito tutto eh, che parlano un americano spinto, però i numeri, i pesi, i tempi, e sopratutto le procedure, quelle si capiscono e si vedono.

Standardizzato un metodo, ho inziato a fare pane come se non ci fosse un domani, dovunque vado, se posso lo porto, chiunque lo assaggia fa come me, e però la ricettina la vuole bella scritta, e vai tu, a far vedere col tovagliolo come si fanno le pieghe, come rovesciarlo nella pentola, insomma dai, ho perso più tempo a spiegarlo che a farlo ….

Con molta soddisfazione, più per il fatto che sto scrivendo di nuovo di tanto in tanto, che per la ricetta in sè, adesso finally scrivo questo benedetto procedimento. Che forse è anche un po’ inutile se considero che ormai i miei amici me lo hanno chiesto più o meno tutti.

Ad ogni modo. Vi servirà una pentola che vada in forno, la mia è in terracotta, però va bene qualsiasi materiale adatto alla cottura in forno, purchè abbia il coperchio, chiaramente se avete una Le Creuset siete fortunati ed usatela. La dimensione della pentola calcolatela così: per mezzo kg di farina io ne uso una ovale di circa 30 x 20, questo vi darà un’idea . La pentola deve avere il coperchio, questo fa la differenza sulla cottura. Certo è che il pane senza impasto si può fare anche senza la pentola, sarà però diversa la crosta e l’aspetto della pagnotta.

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PANE SENZA IMPASTO, NO KNEAD BREAD


INGREDIENTI:

500 gr di farina*

350 ml di acqua

un cucchiaino abbondante di sale

circa 4 gr di lievito in polvere

qualche cucchiaio di farina di semola, o di mais per polenta, necessari per spolverare il pane

FACOLTATIVI una manciata di semi vari (girasole, lino, sesamo)

PROCEDIMENTO:

Mescolate tutti gli ingredienti in una ciotola, usando un cucchiaio. Dovrete solo amalgamarli, per avre una massa unica, anche disomogenea.

Coprite la ciotola con un coperchio, e lasciate lievitare lentamente, da un minimo di 12 ad un massimo di 18 ore.

Terminato il tempo di lievitazione, preparate un vassoio di legno con sopra un strofinaccio pulito, spolveratelo con la farima di semola, o anche di polenta. Rovesciateci sopra tutto l’impasto lievitato, fatelo scendere dalla ciotola usando una spatola.

A questo punto servono due giri di pieghe, e ve le potete vedere qui, sulla pagina dove lo ha spiegato che meglio non si puo’ Adriano, che non a caso il suo sito si chiama profumo di lievito, e altro che tovaglioli. Le pieghe al pane le dovete fare dentro al vassoio e sullo strofinaccio, non che vi arrestano altrimenti, ma io faccio così. Finita la procedura di Adriano, il panetto lo dovete capovolgere, ovvero, la giuntura delle pieghe deve andare sotto. Voi sopra dovete avere la parte liscia per ora.

Fatte le pieghe spolverate la superficie con un altro po’ di farina di semola e poi ricoprite il pane col resto dello strofinaccio. Inizia la seconda fase di riposo, che per esperienza vi dico che può durare da mezz’ora ad un paio di ore, secondo me non di più.

COTTURA:

Accendete il forno in mod. ventilata se potete, impostando la temperatura a 250 gradi, al massimo se la vostra è più bassa. Infornate a freddo la pentola, ma senza il coperchio. attendete che il forno sia a temperatura e che la pentola sia quindi molto calda anch’essa.

Al momento di infornare dovrete rovesciare il pane nella pentola bollente, con la parte aperta delle pieghe in sù.

coprite con il coperchio la pentola, ed infornate 30 minuti a coperchio chiuso, togliete dal contenitore e infornate ancora 15 minuti fuori dalla pentola.
Chiaramente vi regolerete col colore del pane, nella seconda fase. C’è chi abbassa il forno a 180 gradi in questa ultima fase, io non lo faccio mai, però dipende molto dai forni, come dico sempre . Provate

ALCUNE NOTE:

*farine: io uso di solito 450 gr di farina bianca del mulino, e 50 gr di farina integrale, ma la proporzione la potete cambiare voi in base ai vostri gusti, iniziate da un pane bianco, poi divertitevi voi.

*semi vari: sono una gradevole aggiunta ma non mi chiedete la dose, non c’è una regola, fate come vi piace di più.

*lievitazione: quando si parla di lievitazioni così lunghe , standardizzare è sbagliato; vi ho dato una dose minima di lievito, chirichiede quindi una lievitazione molto lunga, ma noterete che a parità di tempi e di lievito il risultato varia molto fra inverno ed estate.
Iniziate mettendo la dose che vi ho scritto, ed avviate la procedura la sera, così la mattina il pane sarà pronto, poi vi renderete conto da soli di come varia il tutto in base ai paarametri ambientali.

Muffin con arancia e cioccolato fondente alle mandorle

E niente, i nomi da dare a questi dolci restano sempre un grande problema. Muffin all’arancia e mandorle con cioccolato fondente? Oppure, muffin alle mandorle con arancia e cioccolato fondente? oppure muffin al fondente con arancia e mandorle? Perché alla fine sono tutte vere queste definizioni, visto che in questi muffin ci sono i pezzetti di cioccolato fondente, c’è il succo di arancia, ci sono le mandorle tritate e c’è anche il latte di mandorla. Senza voler considerare il senza latte, e l’aggiunta di farina di solina, che si può sostituire con quella di farro, il che renderebbe il nome del dolce qualcosa di epocale, tipo dolce arancia e cioccolato fondente, alle mandorle, con farina di solina o di farro, e senza latte. Sono talmente stanca di leggere il titolo che quasi quasi sti muffin non li faccio.

Niente, questo perché sono un’eterna indecisa. Perché avevamo preso due giorni di ferie, (scuole chiuse nonni fuori casa e allora andiamo al mare), e invece la piccola si è ammalata, perché l’inserimento al nido equivale a mesi di antibiotici e tachipirine e febbri che quando hanno finito di ammalarsi è finito pure il nido e hanno preso la patente e finalmente vanno in gita del quinto. E questo ha molto a che fare con i miei muffin arancia cioccolato fondente e mandorle. senza latte. con la farina di solina. o di farro.

E quindi invece di stare al mare, che ci siamo pure andati eh, giusto per vedere quanto era già primavera, siamo tornati qui, che fa più freddo, ho il frigo vuoto perché dopotutto dovevo essere al mare, non ci sono nemmeno i nonni e per di più ho l’alzatina per i dolci vuota, che sarà anche bella da vedere, ma insomma il bel vedere non si mangia.

E dopo l’ennesima dose di antipiretico, Nora Maria si è addormentata, ho giusto poco tempo prima di portare Nicolò all’allenamento di rugby, e troppe arance in cucina (che per la precisione erano venute tutte in trasferta al mare e sono pure tornate). E poi sono di quell’umore in cui ho bisogno di sentire concretezza, e quando sto così devo fare qualcosa con le mani, o lavoro a maglia o cucio o cucino, allora ho preferito cucinare, e succede che se i presupposti sono questi la cioccolata c’è sempre, e nessun dolce già fatto va mai bene, e nessuna ricetta di libro o rivista che sia mi sembra adatta, e sono le volte che devo sperimentare, anche a costo di un flop, ma flop stavolta no, perché i muffin salva ferie fallite sono venuti bene, almeno loro.

Ed ecco come ci entrano i muffin arancia cioccolato mandorle bla bla bla in tutto questo; ho pensato che una ricetta nuova sul blog mi avrebbe fatto sentire molto produttiva ed avrebbe salvato merende e colazioni, ed avete presente il finale del monologo di Molly Bloom nell’Ulysse di Joyce? …e si dissi si voglio si.

E così restano i panni da stendere, una valigia ancora da disfare, ma si dissi si voglio si e perdonerete il paragone assolutamente fuori luogo, ma succede che quando lei dorme io corro per approfittare e fare quello che non posso fare con lei sveglia, ed i miei pensieri assomigliano paurosamente a quei flussi di coscienza caotici e bellissimi di Joyce e scrivo di corsa, e penso che scrivere di corsa significhi pensare di corsa, e penso anche che poi con calma (ahahahah) tutti questi micro pensieri sconnessi li renderò frasi e periodi in italiano corretto, ed invece con calma lei si sveglierà e devo ancora mettere giù le foto, e figuriamoci se avrò tempo di scrivere per bene, senza voler sembrare una pretenziosa futurista. Almeno uso la punteggiatura, cosa del tutto carente nei monologhi suddetti, in particolare nel monologo finale di Molly appunto, che vi suggerisco vivamente di leggere, se non lo avete ancora fatto, ma prima fate i muffin arancia e cioccolato e mandorle eccetera, che almeno ve li mangiate mentre leggete.

E quindi niente, resta così, adesso con poca lucidità restante scriviamo la ricetta che ha senso, lei si, che questi muffin arancia cioccolato mandorle e quant’altro sono buoni veramente. Loro si, ed hanno un principio, una fine un senso ed una logica.

La dose è per 24 muffin medi, ma potete anche farli diventare una torta unica, non si offenderanno, e giuro che non si metteranno a scrivere frasi sconnesse per punizione. Quella sono io.


MUFFIN ARANCIA E CIOCCOLATO FONDENTE ALLE MANDORLE


INGREDIENTI:

4 uova

130 gr di zucchero di canna

100 ml di latte di mandorla

50 ml di olio di semi

150 ml di arancia spremuta

280 gr di farina bianca

30 gr di farina di solina, o farina di farro

3 cucchiai di farina di mandorle

100 gr di cioccolato fondente tritato con un coltello

una bustina di lievito

PROCEDIMENTO:

Intanto, accendete il forno a 180 gradi, e preparate una teglia da muffin ed i pirottini necessari.

Setacciate e mescolate tutte le farine, anche quella di mandorle ed il lievito.

Nella planetaria montate benissimo le uova con lo zucchero, devono essere spumose e belle chiare.
Continuando a girare le fruste alla velocità minima, aggiungete a filo l’olio ed il latte di mandorle.

Non appena saranno amalgamati continuate alternando le farine al succo di arancia. Il composto resterà abbastanza morbido. Infine aggiungete il cioccolato tritato, e distribuite negli stampini da muffin.

Infornate per 35-40 minuti finchè saranno coloriti, magari ci fate anche una foto, e me la fate vedere su Instagram, vero?

Piccoli bomboloni con cioccolato fondente, senza latte, facili facili. Frittelle per Carnevale, da fare tutto l’anno

bomboloni ripieni (2)

bomboloni ripieni (4)

Insisterei sul concetto di frittelle per carnevale facili facili, ma soprattutto sul da fare tutto l’anno. Perchè in effetti questi bomboloni piccini piccini ripieni di cioccolato fondente non meritano di essere relegati a pochi giorni all’anno. Quindi accendete le padelle e segnate la ricetta tra quelle adatte ad una domenica speciale.

Quest’anno Carnevale arriva troppo presto, dura troppo poco, arriva al momento sbagliato e insomma, ieri mi sono forzata a fare due frittelle per convincermi che è carnevale davvero.

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Una mattina, per caso. Ciambella di Alessandra con arance e cioccolato

Di per sè la ricetta è semplice, una ciambella da colazione, o una ciambella da merenda. Di per sè è una ciambella con arance e cioccolata, che in origine era una ciambella con i frutti di bosco, e si può fare anche come muffin, di per sè.

Però stavolta questa ciambella arance e cioccolato è una porta che sto riaprendo, con una chiave che avevo perso.

È un po’ come tornare nella casa al mare la prima volta dopo che è stata chiusa tutto l’inverno. Apri la porta e ti guardi intorno, intanto distingui i contorni familiari delle cose, gli spazi, e poi piano piano ti ricordi i dettagli, quel quadro, la foto del primo mare di Nicolò, i soprammobili, e dopo qualche minuto sei di nuovo nella tua casa al mare.

Ecco, mi sento più o meno così stamattina, rientro in punta di piedi assecondando un desiderio che avevo da tempo, quello di tornare a scrivere.

Nasce sempre allo stesso modo. Ad un certo punto inizio a fare le cose e in testa penso a come scriverle, il post me lo scrivo nella testa cento volte, arrivo qui ed è solo questione di trascrivere.

Mi sono passati in testa milioni di parole in questi tre anni, ma cambiano le condizioni e ancora non trovo un nuovo tempo per tornare a scrivere.

Lavoravo solo 18 ore a settimana, Nicolò a scuola, passavo a casa molto tempo da sola facendo turni che mi lasciavano libere tante mattine, era il tempo delle foto a quello che si cucinava, mettevo in posa piatti e dolcetti, un esercito di caccavelle a fare da contorno, centrini, stoffe, pizzi e agenti, tutti quelli che avete visto in questi anni.

Ed a lavoro era il tempo di scrivere, di leggere libri e riviste di cucina, quando lavori in una reception di un ufficio che ha poco accesso di visitatori il tempo lo devi far passare, ed io ho passato il mio pensando e poi costruendo fornelli di salvataggio.

Poi è arrivata Nora Maria, non ho lavorato più, ed ho lavorato 48 ore al giorno come ogni mamma che vive a casa con i figli a cozza tipo koala. Non sullo non ho avuto più tempo mio, ma nemmeno braccia, gambe, tette pancia pensieri capelli mattine notti macchine letto cucina.

I figli colonizzano tutto, ogni angolo di pensieri e di casa, le borse, le tasche dei pantaloni, i cassetti, le notti, gli occhi ed il cuore… Insomma, tempo per me non ne ho trovato più, certi giorni non mi ricordavo nemmeno di essere un me, credevo forse di essere un noi, non lavori e la dimensione di mamma non ha confini, tu non sei altro che quello, braccia che stringono, occhi che guardano, il pensiero rivolto sempre li, manine tese verso di te che ti trovano sempre e diventano sempre più esigenti.

Poi ho un nuovo lavoro, trentasei ore a settimana. Il doppio, non ci avevo mai riflettuto. Ho un lavoro dove devo lavorare, sembra scontato ma non lo è, un lavoro da fare, da imparare, dove mettere finalmente quello che ho imparato fino ad oggi, che in qualche modo mi fa sentire capace, a volte pure incapace và, ma è meglio che non sentirsi in nessun modo.

Era già da tanto che volevo ritrovare il tempo per il blog, il tempo di scrivere, e non so di cosa, né come né quando. Certo é che ogni volta che arrivano messaggi che mi dicono peccatoperòchenonscrivipiuuuueracosibellooo mi viene tanta amarezza; ogni volta che il sito mi segnala le visite, le statistiche eccetera (cose che non ho mai guardato più di tanto), il pensiero è sempre quello.

Intanto ho aperto un profilo instagram, e timidamente, ho iniziato a far esistere di nuovo fornelli di salvataggio, mi serviva qualcosa di facile. Il compromesso é questo, e faccio outing. Scatto col telefono, per ora almeno, necessito di immediatezza, di fattibilità e la macchina fotografica prevede poi tutto il lavoro di scaricare e lavorare le foto, lavoro che a sua volta prevede un tempo che non ho, e chi si sa accontentare a volte vince.

Ho scritto tanto, ho lavorato tanto e …Insomma che peccato, ecco.. Aspettavo come faccio sempre io che fosse il momento giusto, e non so il perché, è arrivato stamattina con una ciambella fatta da una ricetta di una mia nuova collega, Alessandra appunto.

E quindi grazie Ale, ti dedico il post, il nome della ciambella e questo nuovo inizio

Che poi sarebbe carino mettere la ricetta, si.

CIAMBELLA DI ALE, CON ARANCE E CIOCCOLATO

INGREDIENTI:

2 uova

160 gr di zucchero

80 gr di olio di semi

300 gr di farina

Una bustina di lievito in polvere

Essenza di vaniglia, o aroma a piacere

2 arance

2 cucchiai di zucchero di canna

Gocce di cioccolata, un paio di cucchiai

Acqua q.b.

Preparate uno stampo da ciambello, imburrato ed infarinato, ed accendete i forni, si ricomincia 🙂 (180 gradi e meno trionfalismi andranno benissimo)

Per prima cosa, preparate le arance, che vanno pelate a vivo e fatte a pezzetti piccoli. Poi, mettetele in padella con un paio di cucchiai di zucchero di canna, e fatele andare per un po’, finché si sarà ben sciolto lo zucchero ed avranno tirato fuori un po’ di succo.

A questo punto vanno scolate conservando il succo. Aggiungete al succo l’acqua necessaria per arrivare a 200 ml e tenete da parte.

Ora potete montare bene le uova con lo zucchero, ed aggiungere l’olio una volta montate.

A cucchiaiate e mescolando piano amalgamate la farina ed il lievito e l’essenza di vaniglia, ed infine l’acqua ed il succo delle arance.

A questo punto potete unire le gocce di cioccolato, e le arance che avete tenuto da parte.

Mettete in teglia ed infornate, circa 30 minuti in forno statico.

Avevo scritto inizialmente che la versione originale prevede i frutti di bosco, surgelati, 300 gr stessa procedura, anche la variante c’è.

E niente. Lo sapete che non mi ricordo come mettere le foto nel post?

Si si. Me lo ricordavo.