Giù la maschera

Sono i mesi in cui non sai che cosa puoi fare e che cosa no. I mesi in cui giochi al colore, hai paura di vedere gli amici, che mica l’hai ben capito in quanti ti puoi vedere. I mesi in cui linguaggi di guerra risuonano normali, coprifuoco è normale, il blindato dell’esercito che porta i vaccini è normale, misure restrittive è normale.

I mesi in cui il rossetto sotto la mascherina è un gesto di rivoluzionario ottimismo, i mesi di sorrisi immaginati soltanto.

I mesi della DAD, delle febbricitanti e fallimentari corse all’organizzazione, alla connessione, meet, zoom, classroom, attiva la cam, mi sono sconnesso, e mentre sei al lavoro ti chiamano i figli che non vedono i prof, e poi ti chiamano i prof che non vedono i figli e mamme in smart per favore non suggerite ai figli-di-mamme-in-smart che non è corretto per i figli di mamme in lavoro non agile. E non è agile che no, tra quarantene e tutto il resto.

Insomma oggi arriva una comunicazione della scuola di mio figlio. Io scrivo come sempre in preda all’impulsività, un post su fb. Un amico mi risponde su WhatsApp, dal lato di mondo senza figli. Ma siamo tutti dallo stesso lato, io penso. Ho voluto pubblicare la sua risposta, senza cambiare una virgola. Avrei voluto anche pubblicare le parole che mi ha scritto un docente di mio figlio su questa vicenda, il suo sfogo, la sua condivisione del mio pensiero, il suo prendere le distanze da una fissità privativa e che nega il diritto all’ emergenza. Per chiare ragioni non lo farò. Però ci tenevo a dirvi che la scuola è fatta anche di Professori degni di una lettera maiuscola, prigionieri di burocrazie e, mi ripeto, fissità antiche, che si sono girati fra loro il mio post. Per condividerlo.

La scuola di mio figlio oggi ci manda questa nota.
La parte tagliata spiega nel dettaglio cose abbastanza note, ma mai abbastanza note per dodicenni rinchiusi da abbastanza tempo in casa. Non fare foto ai docenti durante le lezioni, non condividere immagini sui social, tutto perfettamente condivisibile. Che se lo fanno, attenzione eh, incappano nientemeno in reato di violazione di privacy e in relativi provvedimenti disciplinari. La scuola fa muro, capite? Minaccia, giuste se vogliamo, punizioni. D’altra parte sono io l’educatore, quello che dovrebbe avvicinarsi agli studenti in punta di piedi in questo periodo, mica loro.
Ora, cortesemente, Chiedete per mio conto al nostro emerito dirigente scolastico, come dovrei vigilare. Posto che ribadirò quanto già raccomandato a mio figlio, posto che se fa na cosa del genere ju ccio, sarei incuriosita di capire se secondo la preside devo licenziarmi, installare una webcam, pagare una persona che vigili. Fermo restando che una delle precedenti circolari ci raccomandava di NON ESSERE PRESENTI durante le lezioni.
Capisco la necessità. Ma in questi momenti dire ovvietà inattuabili è un’offesa a chi da un anno circa non sa come ca#€o fare fra DAD, quarantene, tamponi, lavoro, non dal tavolo della sala, dalla cucina, dal divano. Proprio dal mio luogo di lavoro. E lo so che non sono l’unica che lavora, per chiarire. Lo so bene.
Ripeto. Non è nei contenuti ma nei modi. Esprimere in due parole la comprensione per chi lavora era dovuto.
Bastava un “per quanto possibile compatibilmente con le esigenze di ciascuno”
Io ragà, non ho più parole, e so finite pure le parolacce.

“Ti rispondo dal mondo al di qua, quello senza figli e senza famiglia. Di solito il venerdì mi faccio la lavatrice per avere i panni da lavoro pronti il lunedì e do una pulita per casa per tenere liberi il sabato e la domenica nel caso si riuscisse ad organizzare un’escursione in montagna. Oggi no, oggi volevo uscire. Esco venti minuti prima della fine della vita socialmente accettata, il limite delle 18 che segna il confine tra appartenente alla classe produttiva del pianeta e untore pandemico. Alle 18, con una birra ancora piena in mano, mi sposto in compagnia di 7/8 persone tra uomini e donne verso il parco del castello per finire la birra? Per parlare? Per passare un po’ di tempo insieme? Decidi tu che capisci chi ha colpa meglio di me, ma una ragazza stava con le stampelle.
Dopo circa dieci minuti arriva una volante della polizia. Restiamo fermi. La polizia gira all’ultimo momento e ferma altri 4/5 ragazzi che avevano scelto la panchina prima della nostra. La polizia accende fari, li ferma, li controlla. Noi ci disperdiamo. Dopo qualche minuto mi volto indietro e mi rendo conto di aver lasciato lì la ragazza con le stampelle. Qui il mio senso di colpa…

Allora torno indietro, richiamo gli altri. Mi chiedo se sia giusto. Le persone dell’altra panchina hanno avuto meno fortuna di me e mi chiedo se sia giusto. Non voglio una multa, non voglio una segnalazione, ma mi chiedo se sia giusto. Passano altre due volanti, ci disperdiamo di nuovo. Mi sale lo stress. Dopo una settimana passata a rompermi la schiena mi ritrovo a fuggire perché passa una volante se sto seduto su di una panchina in un parco. No non è Dublino di bloody sunday, non è Kobane, è la mia città e il mio venerdì sera e mi chiedo se sia giusto lasciare indietro una ragazza con le stampelle che non conosco, se sia giusto lasciare soli quelli dell’altra panchina, che non conosco. Lo so che potevamo vederci a casa di qualcuno, ma a casa di qualcuno non avrei incontrato le persone che per caso ho incontrato stasera, e che mi hanno fatto bene”

Che dite. Ce la facciamo a restare umani? Io credo che finché avremmo voglia di parlarci, di violare un assurdo coprifuoco per finire una birra, o per far venire a casa i nostri amici, o per un abbraccio, beh penso di sì, che ce la facciamo. Penso che da una riflessione sulla scuola di mio figlio è nato un confronto di quelli che questa stagione ci sta togliendo, su come ci sta cambiando. Restiamo umani, accorgiamoci dell’assurdo, combattiamolo a parole, con la bellezza, con sorrisi e rossetto.

E se mi incontrate, in giro, con la mascherina, statene certi.

Sotto ho il rossetto rosso, e sto sorridendo.

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