I primi fiori di ogni primavera

A casa siamo tante femmine. O forse no, solamente che siamo insieme quasi sempre tra noi femmine, e quindi sembra che siamo tutte donne. I maschi si sa, sono poco socievoli.

C’è mia nonna, poi mamma e mia zia, poi io, le mie cugine e anche Nora Maria conta, ed abitiamo tutte nel raggio di poco, ci sentiamo al telefono troppe volte al giorno, abbiamo un gruppo whatsapp per tutte ed un altro solo con la parte young, sappiamo (quasi) tutto di tutte, parliamo tutte insieme, litighiamo per le bacinelle e prendiamo in giro le più vecchie . In realtà sono una parte bellissima di me, che resta costante da quando ero bambina e che mi fa sentire di appartenere a qualcosa.

In questo buffo micro universo femminile ci sono delle costanti. Nonna racconta a tutte almeno tre volte ogni frase starnuto gesto e passo fatto dal piccolo di casa che adesso è Nora Maria. Mamma e zia hanno sempre qualcosa da brontolare. C’è sempre qualcuna che vuole un caffè, qualcuna che lo vuole amaro, qualcuna a dieta ma non sono mai io, qualcuna che non mi levo nemmeno la giacca che tengo fretta, qualcuna che ride sempre e qualcuna che non ci sente.

A Natale nonna fa i fritti di baccalà ed anche se non siamo insieme, tutte abbiamo il piattino take away fatto da nonna con un assaggio di fritti e di quel baccalà in padella che a nessuna viene così bene. A Natale in ognuna delle nostre case ci sono gli spaghetti al sugo di alici che magari non ci piacciono molto, però sono il Natale di quando c’era nonno e li mangeremo sempre e penseremo una volta di più a lui.

A carnevale ci sono le zeppole più buone del mondo, che la nostra ricetta non si batte, ed almeno una volta ci sediamo tutti insieme a mangiare fritti come se non ci fosse un domani.

A tavola ogni volta per papà qualcosa è salato e per zio è sciapo, il livello di condimento dell’insalata è importante questione sempre, e zio finisce quella che resta nella ciotola.

I periodi vicino a feste, compleanni, Natale Pasqua e ricorrenze varie, nonna incalza per essere accompagnata a fare i regali; ad ogni scossa scossetta scossona di terremoto parte il giro di messaggi e telefonate, per sapere chi come e quanto abbia sentito la scossa.

La costante più bella però è quella delle prime primule.

Da che mi ricordo io ad ogni inizio di primavera c’è il rituale delle primule, che iniziano a colorare i marciapiedi vicino ai fiorai, nelle vaschette di plastica nera e ci fanno venire quella voglia di fiori, di passeggiate, maniche corte, colori chiari e basta cappotti. Di solito fra il vederle nei fiorai e comprarle passa qualche giorno o qualche settimana. Però di sicuro una mattina sentiremo bussare alla porta e aprendo troveremo nonna con due vasetti di primule in mano, sempre quelle di due colori almeno, la faccia fiera e felice di avere comprato un po’ di primavera a ciascuna delle figlie e delle nipoti.

Di sicuro una di noi troverà il modo, con la scusa di portare lei, di passare un po’ di tempo in uno dei vivai più grandi, dove lei da sola non può andare.

Forse quest’anno non lo potrà fare, gli anni passano, usa la macchina sempre meno. Ma non cambia, perché i gesti gentili restano nei cuori di tutte.

E così ieri che era domenica pomeriggio e la piccina dormiva ho deciso che contava più il bello che i panni stirati. Invece di cercare di recuperare le innumerevoli ed irrecuperabili cose che si lasciano indietro durante la settimana, io me ne sono uscita in giardino, a mani nude, a mettere nei vasi quelle primulette colorate, ho iniziato a dare un aspetto più primaverile all’ingresso di casa. Il fatto che dentro ci sia un mezzo guaio passa in secondo piano. Oggi, al mio rientro ci sarà un pezzo di primavera fuori dalla porta .

A volte ho la sensazione che siano i piccoli gesti a tenere saldo ciò che siano. La macchinetta del caffè che accendo ogni mattina, lo sguardo si figli che ancora dormono, quel minuto a guardare le orchidee ed a conteggiare che tempo fa. Nei periodi belli ed in quelli che lo sono meno quel prezzo di noi resta uguale, e così, stavolta, lo sguardo che do ai vasi fiori dalla porta prima di rientrare aveva bisogno di qualcosa di bello da guardare, quell’attimo inconsapevole di serenità, uno di quei piccoli gesti che fa tanto bene.

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Pane senza impasto, no knead bread. Come fare il pane in casa.

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Il pane senza impasto , e la scoperta dell’acqua calda, e il post più scritto fatto copiato letto cercato visualizzato hakerato condiviso instagrammato twittato del mondo dei foodblogger, e pure dei blogger, dei fashionblogger, dei travelblogger, perchè tutti, prima o poi hanno fatto un post sul pane senza impasto, e se non lo hanno fatto lo faranno, che qui a fornelli di salvataggio pure veggenti siamo.

Ciononstante, dopo quattro anni di assenza dal blog (o erano tre?) (tre), decido di fare anche io il mio personalissimo post sull’impersonalissimo pane senza impasto, chiamatelo no knead bread, chiamatelo pane che si fa da solo o pane nella pentola, tant’è. Stavolta il mio titolo sempre un po’ caotico recita: Pane senza impasto, no knead bread. Come fare il pane in casa. E farlo bene, avrei voluto aggiungere, e farlo buono, e farlo piacere a tutti, e farlo sempre. La semplicità, e la ripetitibilità di questo procedimento rendono la panificazione casalinga accessibile a tutti, e di sicuro successo.

Però, prima di mettermi a pontificare su quanto sia buono facile blablabla il pane senza impasto, mi pare doveroso raccontare anche il motivo per cui ho deciso di condividere anche io, one in a million, una ricetta che nel web si trova ovunque.

La risposta è semplice. Per pigrizia. mi sono stufata di scrivere una cena si e una si la ricetta ed il procedimento di come si fa il pane senza impasto su pezzi di carta volanti, tovaglioli, cartoni di pizza unti, tra poco sulle braccia. Vado a casa delle amiche, apro a caso i cassetti e trovo un foglietto con la mia scrittura con la copia numero ventitre della ricetta del pane senza imapsto. Che nemmeno posso dire della mia ricetta, che mica è mia.

Succede che questo pane viene buono. Ma buono che ha la crosta croccante, che profuma di buono, che insomma, piace. E più di una volta mi hanno chiesto di che forno fosse. Per inciso, qui a L’aquila è una domanda lecita, perchè i forni che portano il pane nei negozi sono contati e conosciuti. E beh, quando dico che è il forno di Claudia la reazione è varia ma si conclude quasi sempre con un….mi scrivi come fai? e allora sapete quante mila volte ho pensato con dispiacere che ormai ero quella che non scrive più nel blog, che se invece avessi scritto ancora avrei potuto semplicemente scrivere questa benedetta ricetta del pane senza impasto e dire ti mando il link.
Perchè io ho imparato su questo video, che mi è stato mandato una vita fa su whatsapp da una amica, ancora più food addicted di me, e non che abbia capito tutto eh, che parlano un americano spinto, però i numeri, i pesi, i tempi, e sopratutto le procedure, quelle si capiscono e si vedono.

Standardizzato un metodo, ho inziato a fare pane come se non ci fosse un domani, dovunque vado, se posso lo porto, chiunque lo assaggia fa come me, e però la ricettina la vuole bella scritta, e vai tu, a far vedere col tovagliolo come si fanno le pieghe, come rovesciarlo nella pentola, insomma dai, ho perso più tempo a spiegarlo che a farlo ….

Con molta soddisfazione, più per il fatto che sto scrivendo di nuovo di tanto in tanto, che per la ricetta in sè, adesso finally scrivo questo benedetto procedimento. Che forse è anche un po’ inutile se considero che ormai i miei amici me lo hanno chiesto più o meno tutti.

Ad ogni modo. Vi servirà una pentola che vada in forno, la mia è in terracotta, però va bene qualsiasi materiale adatto alla cottura in forno, purchè abbia il coperchio, chiaramente se avete una Le Creuset siete fortunati ed usatela. La dimensione della pentola calcolatela così: per mezzo kg di farina io ne uso una ovale di circa 30 x 20, questo vi darà un’idea . La pentola deve avere il coperchio, questo fa la differenza sulla cottura. Certo è che il pane senza impasto si può fare anche senza la pentola, sarà però diversa la crosta e l’aspetto della pagnotta.

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PANE SENZA IMPASTO, NO KNEAD BREAD


INGREDIENTI:

500 gr di farina*

350 ml di acqua

un cucchiaino abbondante di sale

circa 4 gr di lievito in polvere

qualche cucchiaio di farina di semola, o di mais per polenta, necessari per spolverare il pane

FACOLTATIVI una manciata di semi vari (girasole, lino, sesamo)

PROCEDIMENTO:

Mescolate tutti gli ingredienti in una ciotola, usando un cucchiaio. Dovrete solo amalgamarli, per avre una massa unica, anche disomogenea.

Coprite la ciotola con un coperchio, e lasciate lievitare lentamente, da un minimo di 12 ad un massimo di 18 ore.

Terminato il tempo di lievitazione, preparate un vassoio di legno con sopra un strofinaccio pulito, spolveratelo con la farima di semola, o anche di polenta. Rovesciateci sopra tutto l’impasto lievitato, fatelo scendere dalla ciotola usando una spatola.

A questo punto servono due giri di pieghe, e ve le potete vedere qui, sulla pagina dove lo ha spiegato che meglio non si puo’ Adriano, che non a caso il suo sito si chiama profumo di lievito, e altro che tovaglioli. Le pieghe al pane le dovete fare dentro al vassoio e sullo strofinaccio, non che vi arrestano altrimenti, ma io faccio così. Finita la procedura di Adriano, il panetto lo dovete capovolgere, ovvero, la giuntura delle pieghe deve andare sotto. Voi sopra dovete avere la parte liscia per ora.

Fatte le pieghe spolverate la superficie con un altro po’ di farina di semola e poi ricoprite il pane col resto dello strofinaccio. Inizia la seconda fase di riposo, che per esperienza vi dico che può durare da mezz’ora ad un paio di ore, secondo me non di più.

COTTURA:

Accendete il forno in mod. ventilata se potete, impostando la temperatura a 250 gradi, al massimo se la vostra è più bassa. Infornate a freddo la pentola, ma senza il coperchio. attendete che il forno sia a temperatura e che la pentola sia quindi molto calda anch’essa.

Al momento di infornare dovrete rovesciare il pane nella pentola bollente, con la parte aperta delle pieghe in sù.

coprite con il coperchio la pentola, ed infornate 30 minuti a coperchio chiuso, togliete dal contenitore e infornate ancora 15 minuti fuori dalla pentola.
Chiaramente vi regolerete col colore del pane, nella seconda fase. C’è chi abbassa il forno a 180 gradi in questa ultima fase, io non lo faccio mai, però dipende molto dai forni, come dico sempre . Provate

ALCUNE NOTE:

*farine: io uso di solito 450 gr di farina bianca del mulino, e 50 gr di farina integrale, ma la proporzione la potete cambiare voi in base ai vostri gusti, iniziate da un pane bianco, poi divertitevi voi.

*semi vari: sono una gradevole aggiunta ma non mi chiedete la dose, non c’è una regola, fate come vi piace di più.

*lievitazione: quando si parla di lievitazioni così lunghe , standardizzare è sbagliato; vi ho dato una dose minima di lievito, chirichiede quindi una lievitazione molto lunga, ma noterete che a parità di tempi e di lievito il risultato varia molto fra inverno ed estate.
Iniziate mettendo la dose che vi ho scritto, ed avviate la procedura la sera, così la mattina il pane sarà pronto, poi vi renderete conto da soli di come varia il tutto in base ai paarametri ambientali.

Muffin con arancia e cioccolato fondente alle mandorle

E niente, i nomi da dare a questi dolci restano sempre un grande problema. Muffin all’arancia e mandorle con cioccolato fondente? Oppure, muffin alle mandorle con arancia e cioccolato fondente? oppure muffin al fondente con arancia e mandorle? Perché alla fine sono tutte vere queste definizioni, visto che in questi muffin ci sono i pezzetti di cioccolato fondente, c’è il succo di arancia, ci sono le mandorle tritate e c’è anche il latte di mandorla. Senza voler considerare il senza latte, e l’aggiunta di farina di solina, che si può sostituire con quella di farro, il che renderebbe il nome del dolce qualcosa di epocale, tipo dolce arancia e cioccolato fondente, alle mandorle, con farina di solina o di farro, e senza latte. Sono talmente stanca di leggere il titolo che quasi quasi sti muffin non li faccio.

Niente, questo perché sono un’eterna indecisa. Perché avevamo preso due giorni di ferie, (scuole chiuse nonni fuori casa e allora andiamo al mare), e invece la piccola si è ammalata, perché l’inserimento al nido equivale a mesi di antibiotici e tachipirine e febbri che quando hanno finito di ammalarsi è finito pure il nido e hanno preso la patente e finalmente vanno in gita del quinto. E questo ha molto a che fare con i miei muffin arancia cioccolato fondente e mandorle. senza latte. con la farina di solina. o di farro.

E quindi invece di stare al mare, che ci siamo pure andati eh, giusto per vedere quanto era già primavera, siamo tornati qui, che fa più freddo, ho il frigo vuoto perché dopotutto dovevo essere al mare, non ci sono nemmeno i nonni e per di più ho l’alzatina per i dolci vuota, che sarà anche bella da vedere, ma insomma il bel vedere non si mangia.

E dopo l’ennesima dose di antipiretico, Nora Maria si è addormentata, ho giusto poco tempo prima di portare Nicolò all’allenamento di rugby, e troppe arance in cucina (che per la precisione erano venute tutte in trasferta al mare e sono pure tornate). E poi sono di quell’umore in cui ho bisogno di sentire concretezza, e quando sto così devo fare qualcosa con le mani, o lavoro a maglia o cucio o cucino, allora ho preferito cucinare, e succede che se i presupposti sono questi la cioccolata c’è sempre, e nessun dolce già fatto va mai bene, e nessuna ricetta di libro o rivista che sia mi sembra adatta, e sono le volte che devo sperimentare, anche a costo di un flop, ma flop stavolta no, perché i muffin salva ferie fallite sono venuti bene, almeno loro.

Ed ecco come ci entrano i muffin arancia cioccolato mandorle bla bla bla in tutto questo; ho pensato che una ricetta nuova sul blog mi avrebbe fatto sentire molto produttiva ed avrebbe salvato merende e colazioni, ed avete presente il finale del monologo di Molly Bloom nell’Ulysse di Joyce? …e si dissi si voglio si.

E così restano i panni da stendere, una valigia ancora da disfare, ma si dissi si voglio si e perdonerete il paragone assolutamente fuori luogo, ma succede che quando lei dorme io corro per approfittare e fare quello che non posso fare con lei sveglia, ed i miei pensieri assomigliano paurosamente a quei flussi di coscienza caotici e bellissimi di Joyce e scrivo di corsa, e penso che scrivere di corsa significhi pensare di corsa, e penso anche che poi con calma (ahahahah) tutti questi micro pensieri sconnessi li renderò frasi e periodi in italiano corretto, ed invece con calma lei si sveglierà e devo ancora mettere giù le foto, e figuriamoci se avrò tempo di scrivere per bene, senza voler sembrare una pretenziosa futurista. Almeno uso la punteggiatura, cosa del tutto carente nei monologhi suddetti, in particolare nel monologo finale di Molly appunto, che vi suggerisco vivamente di leggere, se non lo avete ancora fatto, ma prima fate i muffin arancia e cioccolato e mandorle eccetera, che almeno ve li mangiate mentre leggete.

E quindi niente, resta così, adesso con poca lucidità restante scriviamo la ricetta che ha senso, lei si, che questi muffin arancia cioccolato mandorle e quant’altro sono buoni veramente. Loro si, ed hanno un principio, una fine un senso ed una logica.

La dose è per 24 muffin medi, ma potete anche farli diventare una torta unica, non si offenderanno, e giuro che non si metteranno a scrivere frasi sconnesse per punizione. Quella sono io.


MUFFIN ARANCIA E CIOCCOLATO FONDENTE ALLE MANDORLE


INGREDIENTI:

4 uova

130 gr di zucchero di canna

100 ml di latte di mandorla

50 ml di olio di semi

150 ml di arancia spremuta

280 gr di farina bianca

30 gr di farina di solina, o farina di farro

3 cucchiai di farina di mandorle

100 gr di cioccolato fondente tritato con un coltello

una bustina di lievito

PROCEDIMENTO:

Intanto, accendete il forno a 180 gradi, e preparate una teglia da muffin ed i pirottini necessari.

Setacciate e mescolate tutte le farine, anche quella di mandorle ed il lievito.

Nella planetaria montate benissimo le uova con lo zucchero, devono essere spumose e belle chiare.
Continuando a girare le fruste alla velocità minima, aggiungete a filo l’olio ed il latte di mandorle.

Non appena saranno amalgamati continuate alternando le farine al succo di arancia. Il composto resterà abbastanza morbido. Infine aggiungete il cioccolato tritato, e distribuite negli stampini da muffin.

Infornate per 35-40 minuti finchè saranno coloriti, magari ci fate anche una foto, e me la fate vedere su Instagram, vero?

Piccoli bomboloni con cioccolato fondente, senza latte, facili facili. Frittelle per Carnevale, da fare tutto l’anno

bomboloni ripieni (2)

bomboloni ripieni (4)

Insisterei sul concetto di frittelle per carnevale facili facili, ma soprattutto sul da fare tutto l’anno. Perchè in effetti questi bomboloni piccini piccini ripieni di cioccolato fondente non meritano di essere relegati a pochi giorni all’anno. Quindi accendete le padelle e segnate la ricetta tra quelle adatte ad una domenica speciale.

Quest’anno Carnevale arriva troppo presto, dura troppo poco, arriva al momento sbagliato e insomma, ieri mi sono forzata a fare due frittelle per convincermi che è carnevale davvero.

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Una mattina, per caso. Ciambella di Alessandra con arance e cioccolato

Di per sè la ricetta è semplice, una ciambella da colazione, o una ciambella da merenda. Di per sè è una ciambella con arance e cioccolata, che in origine era una ciambella con i frutti di bosco, e si può fare anche come muffin, di per sè.

Però stavolta questa ciambella arance e cioccolato è una porta che sto riaprendo, con una chiave che avevo perso.

È un po’ come tornare nella casa al mare la prima volta dopo che è stata chiusa tutto l’inverno. Apri la porta e ti guardi intorno, intanto distingui i contorni familiari delle cose, gli spazi, e poi piano piano ti ricordi i dettagli, quel quadro, la foto del primo mare di Nicolò, i soprammobili, e dopo qualche minuto sei di nuovo nella tua casa al mare.

Ecco, mi sento più o meno così stamattina, rientro in punta di piedi assecondando un desiderio che avevo da tempo, quello di tornare a scrivere.

Nasce sempre allo stesso modo. Ad un certo punto inizio a fare le cose e in testa penso a come scriverle, il post me lo scrivo nella testa cento volte, arrivo qui ed è solo questione di trascrivere.

Mi sono passati in testa milioni di parole in questi tre anni, ma cambiano le condizioni e ancora non trovo un nuovo tempo per tornare a scrivere.

Lavoravo solo 18 ore a settimana, Nicolò a scuola, passavo a casa molto tempo da sola facendo turni che mi lasciavano libere tante mattine, era il tempo delle foto a quello che si cucinava, mettevo in posa piatti e dolcetti, un esercito di caccavelle a fare da contorno, centrini, stoffe, pizzi e agenti, tutti quelli che avete visto in questi anni.

Ed a lavoro era il tempo di scrivere, di leggere libri e riviste di cucina, quando lavori in una reception di un ufficio che ha poco accesso di visitatori il tempo lo devi far passare, ed io ho passato il mio pensando e poi costruendo fornelli di salvataggio.

Poi è arrivata Nora Maria, non ho lavorato più, ed ho lavorato 48 ore al giorno come ogni mamma che vive a casa con i figli a cozza tipo koala. Non sullo non ho avuto più tempo mio, ma nemmeno braccia, gambe, tette pancia pensieri capelli mattine notti macchine letto cucina.

I figli colonizzano tutto, ogni angolo di pensieri e di casa, le borse, le tasche dei pantaloni, i cassetti, le notti, gli occhi ed il cuore… Insomma, tempo per me non ne ho trovato più, certi giorni non mi ricordavo nemmeno di essere un me, credevo forse di essere un noi, non lavori e la dimensione di mamma non ha confini, tu non sei altro che quello, braccia che stringono, occhi che guardano, il pensiero rivolto sempre li, manine tese verso di te che ti trovano sempre e diventano sempre più esigenti.

Poi ho un nuovo lavoro, trentasei ore a settimana. Il doppio, non ci avevo mai riflettuto. Ho un lavoro dove devo lavorare, sembra scontato ma non lo è, un lavoro da fare, da imparare, dove mettere finalmente quello che ho imparato fino ad oggi, che in qualche modo mi fa sentire capace, a volte pure incapace và, ma è meglio che non sentirsi in nessun modo.

Era già da tanto che volevo ritrovare il tempo per il blog, il tempo di scrivere, e non so di cosa, né come né quando. Certo é che ogni volta che arrivano messaggi che mi dicono peccatoperòchenonscrivipiuuuueracosibellooo mi viene tanta amarezza; ogni volta che il sito mi segnala le visite, le statistiche eccetera (cose che non ho mai guardato più di tanto), il pensiero è sempre quello.

Intanto ho aperto un profilo instagram, e timidamente, ho iniziato a far esistere di nuovo fornelli di salvataggio, mi serviva qualcosa di facile. Il compromesso é questo, e faccio outing. Scatto col telefono, per ora almeno, necessito di immediatezza, di fattibilità e la macchina fotografica prevede poi tutto il lavoro di scaricare e lavorare le foto, lavoro che a sua volta prevede un tempo che non ho, e chi si sa accontentare a volte vince.

Ho scritto tanto, ho lavorato tanto e …Insomma che peccato, ecco.. Aspettavo come faccio sempre io che fosse il momento giusto, e non so il perché, è arrivato stamattina con una ciambella fatta da una ricetta di una mia nuova collega, Alessandra appunto.

E quindi grazie Ale, ti dedico il post, il nome della ciambella e questo nuovo inizio

Che poi sarebbe carino mettere la ricetta, si.

CIAMBELLA DI ALE, CON ARANCE E CIOCCOLATO

INGREDIENTI:

2 uova

160 gr di zucchero

80 gr di olio di semi

300 gr di farina

Una bustina di lievito in polvere

Essenza di vaniglia, o aroma a piacere

2 arance

2 cucchiai di zucchero di canna

Gocce di cioccolata, un paio di cucchiai

Acqua q.b.

Preparate uno stampo da ciambello, imburrato ed infarinato, ed accendete i forni, si ricomincia 🙂 (180 gradi e meno trionfalismi andranno benissimo)

Per prima cosa, preparate le arance, che vanno pelate a vivo e fatte a pezzetti piccoli. Poi, mettetele in padella con un paio di cucchiai di zucchero di canna, e fatele andare per un po’, finché si sarà ben sciolto lo zucchero ed avranno tirato fuori un po’ di succo.

A questo punto vanno scolate conservando il succo. Aggiungete al succo l’acqua necessaria per arrivare a 200 ml e tenete da parte.

Ora potete montare bene le uova con lo zucchero, ed aggiungere l’olio una volta montate.

A cucchiaiate e mescolando piano amalgamate la farina ed il lievito e l’essenza di vaniglia, ed infine l’acqua ed il succo delle arance.

A questo punto potete unire le gocce di cioccolato, e le arance che avete tenuto da parte.

Mettete in teglia ed infornate, circa 30 minuti in forno statico.

Avevo scritto inizialmente che la versione originale prevede i frutti di bosco, surgelati, 300 gr stessa procedura, anche la variante c’è.

E niente. Lo sapete che non mi ricordo come mettere le foto nel post?

Si si. Me lo ricordavo.

Torta di farina di farro e miele, senza latte

Torta di farina di farro e miele, senza latte, vero, ma con i semi di papavero e la cioccolata fondente. Non sempre una torta mi dà tanta soddisfazione. Cercavo di fare una torta con la farina di farro (che si nota che ho trovato un negozio dove comprare farro e farina?), che avesse il sapore delle torte genuine, semplice semplice, insomma, la volevo proprio così, che si sentisse anche il miele. Continua a leggere

Insalata di farro e patate alle erbe aromatiche

farro e patate alle erbe aromatiche

Nella terra di mezzo dell’aprile aquilano, (Fa caldo o fa freddo? Le piantine in giardino sopravviveranno a questo ritorno di neve? Posso mettere via i piumini?) mi trovo a guardare dalla finestra le neve che cade sui fiorellini del timo, sull’erba cipollina, sulle gemme del limone che avevo appena rimesso all’aperto, dopo il periodo invenale al chiuso.
Io quei fiorellini e quelle erbe aromatiche così belle e profumate coi loro fiori viola, le avevo puntate da un po’, ed avevo in mente di cucinarci qualcosa di profumato e fresco.
La via di mezzo è questo piatto semi primaverile e semi invernale, decidete voi. Caldo è invernale. Freddo è primaverile, tiepido è questa via di mezzo che non riaccendo il camino solo perchè lo ho già pulito e rimesso in modalità estate, vetro pulito, cenere aspirata, panca della legna svuotata ed igienizzata. Continua a leggere

Sette anni, una città, e i denti di mio figlio

sotto i portici, a L'Aquila

Prima di tutto grazie a Taste Aruzzo, perchè senza queste parole non sarebbero mai uscite dalla mia testa, non avrebbero mai preso forma. Riporto quello che ho scritto per Taste in occasione di questa data, di questo giorno, di questo spartiaque fra ieri e adesso.

Mio figlio ha sette anni e pochi mesi, quei pochi mesi in più sono i mesi che ha vissuto nel prima, i sette anni sono quelli vissuti nel dopo. Lui è nato a novembre 2008, prima, in una città dove la domenica col sole gli compravo i palloncini e li legavo alla carrozzina, e per quei pochi mesi di normalità che abbiamo avuto, abbiamo amato la nostra condizione di genitori in una città stupenda.

Ad aprile è incominciato il dopo, lui aveva quattro mesi e mezzo, ed ora a me sembra che Nicolò abbia la stessa età che ha L’Aquiladopo, sette anni. Guardavo la bocca di mio figlio, i suoi dentoni appena spuntati, i buchi dei dentini caduti dove andranno quelli nuovi, i dentini da bambino piccolo ancora rimasti, in attesa di cadere e venire sostituiti con i definitivi.

Ecco, penso spesso che L’Aquila ora sia come la bocca di un bambino di sette anni. Continua a leggere

Aroma di arance fatto in casa

aroma di arancia in polvere (4)

Mancava da un po’ una ricettina da essiccatore vero? allora provvedo con una di quelle che mi hanno dato più soddisfazione: l’essenza di arance fatta in casa. Di stagione, riciclona, no spreco, autoprodotta, profumata, costo zero, idea regalo fai da te…Insomma, ce le ha tutte. (tranne una foto decente, ma mi pare che ci stiamo abituando no?)

Dunque il senso è questo: avete arance non trattate, di sicura provenienza, senza robaccia sulla buccia? Bene, allora dopo le spremute, le marmellate, i dolci all’arancia, possiamo fare in casa l’essenza di arance, che poi si può usare nei dolci, nella cioccolata calda, proprio come usate la scorza grattata, o le fialette (buuuuuuu). Continua a leggere

Pasta frolla montata per la sparabiscotti senza latte e senza burro

biscotti di frolla montata (1)

La definizione di pasta frolla montata mi ha sempre fatto pensare ad una pasta frolla che si è montata un pò la testa, e pensando di essere un po’ più di una pasta frolla, si dà  qualche aria… E insomma, darsi le arie è il modo giusto per dirlo visto che la frolla montata incorpora aria al suo interno; ha un procedimento un pò diverso dalla frolla classica, ed il risultato sono biscotti più friabili, un po’ più morbidi, e molto belli.

La sparabiscotti, a sua volta, è una sac à poche che si è montata la testa, ed ha deciso di dotarsi di un meccanismo curioso, per cui spara fuori dei biscotti di forma molto regolare, molto belli, con sagome variabili, che fanno un figurone.

Queste due vip, la frolla montata e la sparabiscotti, fanno una coppia formidabile per preparare in pochi minuti dei biscottini che sembrano fatti in pasticceria, i classici pasticcini da the, che ti immagini su un vassoietto d’argento in una sala da the di fine secolo scorso. In realtà… è tutta una montatura.

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