Storie d’amore quando San Valentino non c’era.

Una viveva in un paese di montagna, che restava per mesi isolato dalla neve. La più grande di tanti figli, ed essere la più grande è sempre una bella responsabilità. Non c’erano automobili, forse una o due per tutto il paese, non c’era la luce in casa. Non c’era nemmeno molto da mangiare, se non fosse per il grano che faceva farina pane e pasta, per gli animali che davano latte, formaggi, uova.
Nel paese la vita era fatta di gesti ineluttabili, faticosi, uno dopo l’altro coi piedi in mezzo alla neve e scarpe di fortuna. Il latte da mungere, la lana da cardare, i vestiti da sconciare e rifare mille volte per adattarsi a tutti quei fratelli e tutte quelle stagioni. La vita era scandita dal lavoro, e da momenti di piccole semplici gioie che però riempivano di felicità;  le feste dei santi patronali, le adunate al convento dove si imparava a cantare, le passeggiate con le amiche per le strade del paese e le serate passate insieme, famiglie intere dentro le stalle, dove c’era caldo e genitori, figli, nonni passavano il tempo e tessevano, ricamavano, raccontavano e raccontando tessevano anche i fili delle memorie di famiglia e del paese.

L’altra era nata nella casa di famiglia, palazzetto nobiliare ai piedi della più bella scalinata della città, d’Abruzzo (e del mondo perchè sono di parte), una di tanti fratelli, due macchine nella cantina un tempo adibita a stalla per cavalli.
Si andava a scuola per prendere il diploma, i vestiti si compravano dalle sarte, con le scarpe, si, e se ne facevano di nuovi per andare alle feste, o quando si davano ricevimenti in quella grande e bella casa. La domenica si andava tutti a Messa insieme coi vestiti apposta e i primi banchi in Chiesa, la vita era facile e, bella, anche se lo spettro della guerra si faceva sentire forse più in città che nei paesi attorno. In città la neve era una gioia, perchè si saliva alla Villetta per sciare, invece di andare a scuola, ed i fratelli non dovevano inventarsi scuse per saltare le lezioni.

Arrivano per entrambe gli anni dell’amore. In paese ed in città  colpivano i primi sguardi dei ragazzi, i primi sorrisi appena accennati sotto lo sguardo svevero di tutta una schiera di parenti e amici a controllare che fosse uno sguardo solo, e nemmeno troppo espressivo. Sedersi vicino era impensabile, passeggiare in due da soli, cosa da rischiare la vita.
Seduti sui muretti del paese, i ragazzi aspettavano che le ragazze andassero alle fontane a prendere l’acqua, e le ragazze sapevano bene di essere guardate, e allora quella conca in equilibrio sulla testa doveva essere portata ancora meglio del solito, dritte le spalle, dritto lo sguardo, le mani sui fianchi, a conca appunto, guai a sorridere o ad emozionarsi.

Seduti alle edicole della scalinata, i ragazzi più grandi guardavano le ragazze bene rientrare da scuola, uscire in macchina per le commissioni, e speravano di incontrarle, chissà, sulle piste da sci, o alla processione di venerdì santo, o alla sfilata della Perdonanza.

Per tutte e due arrivarono, chissà quali, i primi visi da ricordare la sera prima di dormire, le domande e i batticuori, cipria e rossetti da mettere nei giorni migliori e pizzicotti a colorare le guance, arrivò la paura di crescere troppo e trovarsi poi “remasicce” (zitelle in un’altra lingua), ed era un po’ una gara con le amiche, a chi meglio e per prima si fidanzava, e poteva inizare a passeggiare per le vie del paese con il fidanzato ed i fratellini dietro, a pochi passi, che se li corrompevi con un paio di caramelle ti restavano anche a qualche metro di distanza.

Furono due “forestieri” ad avere il cuore delle due ragazze. Non della stessa ricca città, non confinati di palazzi o terreni; non dello stesso paese, non uno di quei giovanotti ai cui sguardi erano abitate.

Uno veniva a giornata nel paese a fare lavori di muratura, lavorava col padre della ragazza, la vedeva portare il pranzo al padre ogni giorno, chiese la sua mano, si fidanzarono e per pegno lui le chiese una foto.
Lei se la fece fare, seduta nell’erba e tra i fiori che ancora tanto ama, sorridente, e gliela dedicò con infinito affetto. Anni dopo nipoti bambine avrebbero guardato quella foto in bianco e nero, con gli orli smerlati e la grafia perfetta della dedica dietro, e non sembrava la nonna, così giovane e bella, e la foto avrebbe parlato di tempi lontani e così belli da immaginare…

L’altro era un Ufficiale dell’esercito Regio, di quella guerra vicina anche in una piccola città e in un piccolo paese; era stato ufficiale al fronte, le loro lettere d’amore (lei faceva parte delle attività fasciste a supporto dei soldati al fronte)  erano controllate e portano ancora il timbro visto per censura. Anni dopo, nipoti adolescenti avrebbero visto quelle lettere, quei visto per censura divenire parte di libri di storia e della Storia stessa. Ci fu un anello di fidanzamento, un matrimonio, ci sarebbe stato un anello per ogni anniversario.

Per tutte e due c’era una storia d’amore nata da presupposti che oggi avremmo ritenuto poco solidi, non sufficienti a costruire una vita, a sopportare suocere, cognate, durezze, e quotidianità, Ma l’amore si imparava allora, come si imparava a tessere, a ricamare, a mungere o fare i biscotti, si imparava come si impara una bella calligrafia.
Per tutte e due, che impararono l’amore, ci sarebbe stata una vita lunga inisieme, figli e nipoti, la vita in città diverse, la nostalgia di casa, e comunque sempre tanto amore e tanta gioia.

Si sarebbero conosciute un giorno queste due signore, nonne e bisnonne, perchè le nipoti che guardavano la foto, avrebbero incontrato i nipoti con le lettere della Storia, e sarebbe nata un’altra storia ai tempi dei cellulari, dei pub, delle serate universitarie, e sempre amore era, e la ragazza della città, si sarebbe seduta vicino alla ragazza del paese,  che poi tanto ragazze non erano più, a guardare tutti quei ragazzi intorno e perdere il conto di nomi e visi; perchè in effetti questo fa l’amore, da sempre. Confonde, unisce, moltiplica, arrossa le guance, avvicina distanze e resta impresso in una foto e in una bella calligrafia imparata dalle suore.

Questa storia muove i passi da vicende reali, assolutamente romanzate, romanticate, infiocchettate all’occorrenza, per augurarvi che sia tutto l’anno la vostra festa dell’amore.

 

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4 thoughts on “Storie d’amore quando San Valentino non c’era.

  1. Bellissimo questo racconto, questo “riallacciare i fili della memoria”, un post che mi piace ancor più in quest’epoca di messaggi stringati, di orribili “k” ad uccidere la nostra bella lingua già privata del congiuntivo, di valori dimenticati e di persone che non si fermano mai a respirare, pensare, guardare…
    E’ bello leggerti, mi hai regalato qualche minuto piacevole e rilassante. Grazie 🙂

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