La festa di Sant’Agnese, festa delle Malelingue, e perchè amo tanto l’Aquila

“Buongiorno cara. Ma sui tuoi “Fornelli” …Un qualcosa tipico di Sant’Agnese?”

Comincia così la mia mattinata, con questo messaggio da una cara amica. E’ vero, Sant’Agnese.

L’unica festa del tutto profana ricordata col nome di una Santa, L’unica festa in Italia, (che io sappia), dedicata alle malelingue, alla maldicenza e al pettegolezzo.

Io Amo questa Città. Ne amo i vicoli, le montagne intorno, i san pietrini del centro. Sto imparando a fatica ad amarne le crepe sui muri, i muri mancanti, il silenzio nel cuore del centro storico, l’odore di muffa nei vicoli, dove incontri ogni tanto qualche altro profugo aquilano, immigrato di casa sua, a testa bassa e con gli occhi tristi.
(dove puoi fotografarti in uno specchio poiato su una porta chiusa e puntellata, da dietro una   transenna invasa dalle erbacce).

2014 (2)

Sto riscoprendo quanto una città sia fatta di pietre e parole, di palazzi e di storie, di vicoli e di tradizioni secolari.

L’Aquila è L’Aquila. Era ricca e snob cittadina di provincia, fiera e chiusa nel suo ostentato e coccolato provincialismo. Bellissima e per pochi, Immota Manet diceva dallo stemma della Piazza di Palazzo. Immota Manet, lamentavano gli adolescenti, troppo immota nel suo essere così, un pò chiusa, un pò preziosa, che quasi se la tirava un pò. Ma col virare dall’adolescenza all’età adulta, ogni Aquilano si ritorvava fiero di questa città di provincia, coi suoi bar in piazza, (e non serve specificare il nome della piazza,che se sei aquilano lo sai), il suo Corso percorso a piedi mille volte, bambini, ragazzi e poi genitori…col suo conoscersi tutti, col nostro “Lo saccio” (che significa non lo conosco ma so chi è).

Adesso L’Aquila è un’idea da rincorrere e sperare, anima senza corpo. Ma gli Aquilani (l’anima) sono ancora gli Aquilani. Testa alta e fieri della loro Aquilanità. (E c’è di che esserlo, mi dovete credere).

Resta quell’indescrivibile eppure presente idea di essere un clan, un gruppo…un tutt’uno. Retti insieme da quello che siamo stati, come le reti reggono insieme i mucchi di macerie per le strade delle case…Ecco, Sant’Agnese è uno di quei fili che tengono insieme il nostro essere Aquilani, adesso.

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Ve ne racconto un pezzetto adesso, di questo nostro substrato di storia e di storie, di tradizioni stupende e di goliardia. Ve lo racconto perchè è quello che ci tiene in piedi, iniseme, a sentirci ancora un pò privilegiati per aver vissuto una città così, parte di un’anima che aspetterà, e aspetterà ancora, finchè potrà tornare nel suo bellissimo corpo, e la nostra vita smetterà di essere un respiro trattenuto, e torneremo a scorrerla nelle vie dove viveva e dove dovrebbe. Dove immaginavo correre mio figlio, dove almeno, spero di vederlo adolescente, a brindare a sant’agnese, in un 21 gennaio di un futuro vicino spero.

Una precisazione intanto. Sant’Agnese non è una festa legata ad alcun culto religioso, niente ha a che fare con la Santa, se non la data in cui si festeggia.

E’ la festa  delle Malelingue, del pettegolezzo e della maldicenza goliardici, bonari e senza intenti cattivi. Così vi racconterebbe Sant’Agnese un aquilano. E vi  direbbe che a Sant’Agnese si premia (con un’effettiva elezione e attribuzione di cariche) chi si è distinto nel pettegolezzo, ed in altre arti affini.

La sottile e profonda ironia che si cela dietro a questo inneggiare  alla maldicenza benevola,  lo può capire solo chi vive in una città di provincia come questa, dove davvero si sa tutto di tutti, le facce sono quelle, i nomi pure, dove, appunto, “non te conoscio ma te saccio” (non ti conosco di persona ma so bene chi sei) e “a chi sci fijiu” sono frasi ricorrenti.

E la prendiamo sul serio queta cosa eh! addirittura si sono costituite delle Confraternite, all’interno delle quali verranno elette le figure clou di questa festa.

DLIN DLON: Comunicazione di servizio. Necessariamente alcune frasi che seguono potrebbero offendere le sensibili orecchie di alcuni. I quali sono invitati a chiudere la pagina.

Ecco un tocco di aquilanità per tutti voi: le cariche di Sant’agnese. (perdonatemi le traduzioni tra parentesi fra il serio e il faceto)

JU PRESIDENTE: nell’anno venturò sarà il capo della confraternita che lo ha eletto, ed ha tutti gli oneri organizzativi.

“La mamma deji ca@#i dej’atri” (la madre degli altrui affari, volgarmente definiti ca@@i) ovvero il/la pettegolo per eccellenza, che proprio non ce la fa a non impicciarsi, e sa tutto di tutti;  in una declinazione della stessa arte, “la lavannara (con o senza pretola)” (la lavandaia, munita o meno di piccolo treppiede di legno atto a lavare panni o sedersi a ciangottare)  è colui o colei che i fatti altrui li stende in piazza come panni stesi.
Zitto zitto, senza mai esporsi, la “lima sorda” non si espone ma fa la sua parte.
“Ju zellusu” (la persona assai puntigliosa e un tantinello rompipal@@e) è quello che non lascia mai cadere niente a nessuno, che puntualizza, che insomma, fa le zelle, (i capricci, puntigli).
“Recchie pelose” (orecchie irsute) è chi sente tutto di tutti ma fa finta di non sapere niente, o in altre interpretazioni, chi non sente affatto, o finge di non sentire, e allora forse è “Recchie de prete o recchie sozze” (orecchie di parroco o orecchie non perfettamente pulite). Abbiamo poi “Vocca aperta”, (bocca spalancata), chi parla senza pensare mai, “Ju capisciò, o ju saputu”, (il sapientone) ovvero il classico saputello che sa tutto lui. (Da qui il detto “capea capea, e non capea nu ca@#u” (capiva capiva, e in realta non capiva un bel niente, di nuovo volgarmente espresso con il termine ca@@o).
Assunto a insulto fra i peggiori che si possano attribuire, “lengua sozza” (lingua sporca) è proprio ju peggiu (il peggiore che ci sia), quello da temere per la volgarità e brutture che dice. Sci ‘ccisu lengua sozza (che tu possa essere ucciso, lingua zozza) è uno dei peggiori accidenti da tirare a qualcuno, restando in ambiti di cose decenti da scrivere.
Cito anche J’umbrusu (l’ombroso, schivo, poco socievole e scontroso); Ju Verme (è tutto dire)
e una marea di altre amenità che vi risparmio.

 

Si sono interessati a questa festa addirittura dipartimenti universitari, per cercare di scoprirne le origini, vi racconto quel poco che so e che ho trovato in giro tra qualche libro e qualche sito internet, e siccome è la festa delle dicerie, e siccome le fonti sono scarse,  mi permetto di essere superficiale e vi riporto quanto segue senza la minima certezza che sia vero.

Tra mito e verità, questa è una delle storie più accreditate, e più folkloristiche.
Insomma pare che agli albori della nascita della città come la intendiamo ora un gruppo di giovani chiacchieroni e un pò impertinenti, spocchiosetti e un pò spacconi, avessero un pò esagerato con le chiacchiere e le dicerie su chi governava la Città, vennero esiliati e poi riammessi in città col patto di smetterla una volta per tutte con questi pettegolezzi, concedendo un solo giorno di sfogo all’anno, il famoso 21 gennaio, Sant’Agnese appunto.

L’altra storia cerca invece un legame non teologico con la Santa. Una delle prime martiri cristiane, nell’immaginario popolare è la santa protettrice delle donne ai margini della società, (leggi: prostitute), per le quali dovrebbe essere esempio di purezza e retta condotta. Messa agli arresti per aver professato la sua fede Cristiana, ed avere in nome di questa rifiutato un ricco pretendente, fu condannata a morte, ma prima condotta in postribolo dai soldati romani, in ottemperanza ad una legge secondo la quale non si potevano giustiziare le giovani vergini. (Portarla in un bordello significava il venir meno della condizione ostacolante). Lì fu nascosta a tutti da un angelo, e fu infine decapitata, essendo uscita indenne anche dal rogo destinato alle streghe.

Il monastero di Sant’Agnese a L’Aquila, ospitava quindi le povere donne della città, le giovani più sfortunate, che potevano sperare di entrare a lavorare a servizio delle famiglie nobili come serve.
Va da sè che lavorare in una famigli metteva queste donne a parte dei segreti e delle abitudini delle famiglie più ricche ed influenti del tempo.

Il resto viene da sè; pare che in città il 21 gennaio fosse festa, e non si lavorasse, ed era festa anche nel monastero. Così le ragazze si ritrovavano nella piazza, a “mettere in piazza”, appunto i fatti più piccanti delle famiglie. Tant’è.

Come vi ho detto, relata refero, anche io, si si, che dopotutto è sant’agnese no? Ah, beh, ultima nota. Piatto tipico ed immancabile della cena? la Lingua. Lessa, e condita con aceto e prezzemolo. No, non la cucino, nè intendo farlo. Era per dovere di coronaca. Per dovere di Aquilana, di aquilanità, di appartenenza.

Per amore della mia città, di cui ogni volta che potrò vi racconterò qualcosa di bello, del tanto tanto bello che ancora c’è.

Qualche link alle fonti web. Per i libri abbiate pazienza.

http://www.maldicenza.it/santagnese/

http://www.santagnese.it/origini.php

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7 thoughts on “La festa di Sant’Agnese, festa delle Malelingue, e perchè amo tanto l’Aquila

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